Non riesco più a concentrarmi al lavoro: è stress, stanchezza o qualcosa di più?
Apri una mail, poi arriva una notifica. Torni alla mail, ma nel frattempo qualcuno ti fa una domanda. Riprendi il documento su cui stavi lavorando e ti accorgi di dover rileggere lo stesso paragrafo per la terza volta. A fine giornata hai fatto molte cose, eppure hai la sensazione di aver concluso poco. Quando questa situazione comincia a ripetersi, è facile arrivare a una domanda preoccupante: perché non riesco più a concentrarmi al lavoro come prima? La risposta non è necessariamente una diagnosi. E non è nemmeno detto che il problema sia una scarsa capacità di concentrazione. L’attenzione risente della stanchezza, dello stress, del sonno, delle preoccupazioni personali, dell’organizzazione del lavoro, del numero di interruzioni e della quantità di informazioni che dobbiamo gestire contemporaneamente. Per questo, prima di cercare un’etichetta, può essere più utile capire che cosa è cambiato.
Perché concentrarsi al lavoro può diventare improvvisamente più difficile
La concentrazione non è una risorsa inesauribile. Per lavorare su un compito complesso dobbiamo riuscire a selezionare alcune informazioni, ignorarne altre, mantenere in mente ciò che stiamo facendo e recuperare il filo dopo un’interruzione. In una normale giornata lavorativa, però, tutto questo avviene mentre rispondiamo alle mail, controlliamo messaggi, partecipiamo a riunioni, riceviamo telefonate e passiamo continuamente da un’attività all’altra. Il problema può quindi non essere semplicemente: “non riesco a concentrarmi”. Potrebbe essere: sto chiedendo alla mia attenzione di gestire troppe cose contemporaneamente. Se ogni pochi minuti dobbiamo interrompere un’attività per rispondere a un nuovo stimolo, una parte delle nostre risorse viene continuamente utilizzata per abbandonare un compito e riprenderne un altro. E a un certo punto possiamo accorgerci che attività che prima svolgevamo con relativa facilità richiedono molto più tempo.
Stress e concentrazione: che cosa succede quando siamo sotto pressione
Una certa attivazione può aiutarci a lavorare. Una scadenza, per esempio, può aumentare temporaneamente la capacità di focalizzarci su un obiettivo. Quando però la pressione diventa continua, la situazione cambia. Se durante tutta la giornata dobbiamo monitorare problemi, urgenze, richieste e possibili errori, una parte delle nostre risorse attentive rimane costantemente occupata. Possiamo allora iniziare a dimenticare piccole cose, perdere più facilmente il filo, rileggere più volte una mail prima di inviarla oppure impiegare molto tempo per iniziare attività che normalmente non ci creavano particolari difficoltà. In questi casi non è raro pensare: “Prima ero molto più efficiente.” Ma confrontare la propria prestazione attuale con quella di un periodo in cui le condizioni erano differenti può essere fuorviante. La domanda utile diventa allora un’altra: che cosa sto gestendo oggi che prima non dovevo gestire?
E se fosse semplicemente stanchezza?
A volte la spiegazione è meno complessa di quanto immaginiamo.bDormire poco per alcune settimane, attraversare un periodo particolarmente intenso, lavorare molte ore consecutive o non riuscire realmente a recuperare può avere effetti evidenti sulla capacità di mantenere l’attenzione. Un elemento interessante da osservare è proprio il recupero. Se dopo alcuni giorni di riposo, una riduzione del carico o un periodo in cui dormiamo meglio la concentrazione migliora sensibilmente, la stanchezza può avere un ruolo importante. Se invece continuiamo a sentirci mentalmente affaticati anche dopo aver riposato, oppure la difficoltà aumenta progressivamente, può essere utile approfondire ciò che sta accadendo. Non per trovare necessariamente una diagnosi, ma per evitare di liquidare tutto con un generico “sono stanco”.
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Quando il problema non è la persona, ma il modo in cui è organizzato il lavoro
C’è un aspetto che rischiamo spesso di sottovalutare. Quando non riusciamo più a lavorare come vorremmo, tendiamo immediatamente a guardare dentro di noi. “Sto diventando meno efficiente.” “Non ho più la testa di una volta.” “Devo organizzarmi meglio.” Ma la concentrazione dipende anche dal contesto. Carichi eccessivi, continue interruzioni, obiettivi poco chiari, richieste contraddittorie, mancanza di autonomia, orari prolungati o un ambiente nel quale tutto viene trattato come urgente possono rendere difficile mantenere un’attenzione stabile. In questi casi lavorare esclusivamente sulle proprie strategie individuali rischia di affrontare soltanto una parte del problema. Possiamo diventare bravissimi a compilare liste, utilizzare agende e organizzare il calendario. Ma se durante una mattina veniamo interrotti venti volte, il problema non si risolve necessariamente con una lista migliore. Per comprendere una difficoltà lavorativa occorre quindi osservare almeno tre elementi: la persona, il ruolo e l’organizzazione nella quale quel ruolo viene svolto.
“Sono in burnout?”
È una domanda che oggi viene posta molto frequentemente. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il burnout è un fenomeno occupazionale collegato allo stress cronico sul lavoro che non è stato gestito con successo. È caratterizzato da esaurimento, maggiore distanza mentale dal proprio lavoro o sentimenti di negativismo e cinismo e ridotta efficacia professionale. Avere difficoltà a concentrarsi non significa quindi, da solo, essere in burnout. Un periodo di stanchezza dopo settimane particolarmente impegnative non equivale automaticamente a burnout, così come commettere qualche errore di distrazione non permette di arrivare a questa conclusione. È necessario guardare l’insieme dei segnali, la loro durata e il rapporto con il contesto lavorativo.
“Se mi distraggo continuamente significa che ho l’ADHD?”
Anche questa è una domanda diventata molto comune. La difficoltà di concentrazione può essere presente nell’ADHD, ma distrarsi frequentemente sul lavoro non è sufficiente per ipotizzare un disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Per una valutazione dell’ADHD nell’adulto è necessario ricostruire una storia molto più ampia: il funzionamento nel corso della vita, la presenza dei sintomi in contesti differenti, il loro impatto e le possibili spiegazioni alternative. Se la difficoltà attentiva è comparsa soltanto recentemente, per esempio dopo un cambiamento lavorativo o durante un periodo di forte stress, questo elemento deve essere considerato. L’obiettivo di una valutazione non dovrebbe essere confermare l’etichetta che ci sembra più plausibile, ma comprendere quale spiegazione descriva meglio il funzionamento della persona.
Il lavoro non riguarda soltanto la produttività
Concentrazione, motivazione, stress, organizzazione e cambiamenti professionali fanno parte della nostra esperienza lavorativa. Nell'area Lavoro e Carriera trovi altri approfondimenti per comprendere meglio il rapporto tra persona, lavoro e organizzazione.
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Non sempre l’origine della difficoltà è professionale. Una separazione, la preoccupazione per un familiare, un periodo economicamente difficile, problemi di salute, cambiamenti importanti o semplicemente settimane nelle quali dobbiamo occuparci contemporaneamente di troppe cose possono occupare una parte significativa delle nostre risorse mentali. Possiamo essere fisicamente davanti al computer e, nello stesso momento, avere una parte dell’attenzione costantemente rivolta altrove. Anche ansia e depressione possono associarsi a difficoltà di concentrazione e affaticamento, ma ancora una volta il singolo sintomo non consente di stabilire che cosa stia accadendo. Lo stesso vale per alcune condizioni mediche, per problemi legati al sonno o per l’effetto di alcuni farmaci. Per questo un cambiamento significativo e persistente rispetto al proprio funzionamento abituale merita di essere osservato nel suo insieme.
Fare chiarezza
Quando “non riesco a concentrarmi” non basta per capire cosa sta succedendo
Stress, stanchezza, difficoltà emotive, problemi del sonno e difficoltà attentive possono produrre esperienze in parte simili. Quando il problema persiste o coinvolge più aree della vita, una valutazione può aiutare a ricostruire il funzionamento complessivo e a formulare ipotesi più precise, senza partire automaticamente da un'etichetta.
Scopri come funziona una valutazione psicodiagnostica
Quando può essere utile approfondire
Non esiste un numero preciso di giornate difficili oltre il quale sia necessario rivolgersi a un professionista. Può però essere utile fermarsi quando la difficoltà persiste, aumenta oppure comincia ad avere conseguenze concrete. Per esempio, quando gli errori diventano frequenti, il tempo necessario per completare le attività aumenta molto, iniziamo a evitare i compiti che richiedono maggiore concentrazione oppure arriviamo a fine giornata completamente esauriti dal tentativo di mantenere l’attenzione. Merita attenzione anche un cambiamento netto rispetto al passato. Se una persona che ha sempre lavorato senza particolari difficoltà improvvisamente non riesce più a mantenere il filo di una conversazione, dimentica continuamente informazioni importanti o sperimenta altri sintomi nuovi, può essere opportuno parlarne anche con il proprio medico.
Prima di chiederti “che cosa ho?”, prova a ricostruire che cosa è cambiato
Quando qualcosa nel nostro funzionamento cambia, cercare immediatamente una spiegazione può essere rassicurante. Ma spesso la ricostruzione più utile parte da domande molto concrete. Quando ho iniziato ad accorgermene? È successo gradualmente oppure improvvisamente? Il problema compare soltanto al lavoro o anche quando leggo, guardo un film, guido, converso con qualcuno o svolgo attività che mi interessano? Ci sono momenti della giornata nei quali va meglio? Che cosa è cambiato nel mio lavoro negli ultimi mesi? Come sto dormendo? Quanto spazio occupano le preoccupazioni quando non sto lavorando? Riesco ancora a recuperare durante il fine settimana o dopo qualche giorno di pausa? Queste domande non sostituiscono una valutazione quando necessaria, ma aiutano a trasformare un generico “non riesco più a concentrarmi” in informazioni molto più utili.
Non riuscire a lavorare come prima non significa essere diventati meno capaci
Questa è forse la parte più importante. Quando una difficoltà riguarda il lavoro, tende rapidamente a coinvolgere anche il giudizio che abbiamo su noi stessi. La riduzione della concentrazione diventa “non sono più efficiente”. Un errore diventa “non sono più bravo come prima”. La fatica diventa “non ce la faccio più”. Ma prestazione e capacità non sono la stessa cosa. Le nostre capacità vengono espresse all’interno di determinate condizioni. Se quelle condizioni cambiano, può cambiare anche il modo in cui riusciamo a utilizzarle. A volte serve recuperare. A volte occorre modificare qualcosa nell’organizzazione del lavoro. A volte il problema è legato a un periodo difficile della propria vita. E in altri casi può essere utile un approfondimento psicologico, psicodiagnostico o medico per comprendere meglio l’origine delle difficoltà. Il punto di partenza, però, rimane lo stesso: non cercare subito un’etichetta, ma ricostruire con attenzione che cosa sta succedendo e da quanto tempo. Perché “non riesco più a concentrarmi al lavoro” descrive un’esperienza. Capire da dove nasce richiede qualche domanda in più.
Domande frequenti
Quando la concentrazione al lavoro non è più quella di prima
Alcuni dubbi molto comuni quando distrazione, stanchezza e lavoro iniziano a sovrapporsi.
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