Prevenzione del suicidio: riconoscere i segnali di sofferenza e quando chiedere aiuto
Ci sono frasi che possono spaventare molto chi le ascolta. «Vorrei sparire.» «Non ce la faccio più.» «Tanto non cambierà niente.» Ma ci sono anche sofferenze che non vengono dette affatto. Si manifestano attraverso un ragazzo che progressivamente si ritira dalle relazioni, una persona che sembra non riuscire più a immaginare il proprio futuro, qualcuno che perde interesse per ciò che fino a poco tempo prima era importante. Quando parliamo di prevenzione del suicidio, uno dei rischi è pensare che tutto cominci nel momento in cui compare un’intenzione suicidaria chiaramente riconoscibile. La prevenzione, invece, può cominciare molto prima. Significa imparare a osservare i cambiamenti, prendere sul serio la sofferenza senza trasformare ogni segnale in un allarme e, soprattutto, sapere quando è il momento di non rimanere soli davanti a ciò che sta accadendo.
10 settembre: la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio
Ogni 10 settembre ricorre la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio (World Suicide Prevention Day), organizzata dall’International Association for Suicide Prevention e sostenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Non si tratta quindi di una ricorrenza occasionale: il 10 settembre è la data internazionale dedicata ogni anno alla sensibilizzazione sulla possibilità di prevenire il suicidio. Il tema scelto per il triennio 2024-2026 è “Changing the Narrative on Suicide”, cambiare la narrazione sul suicidio: ridurre lo stigma e creare condizioni nelle quali sia possibile parlare della sofferenza e chiedere aiuto. È un cambiamento culturale importante. Parlare di prevenzione non significa cercare una formula per prevedere ciò che farà una persona. Significa creare maggiori possibilità di riconoscere, ascoltare e intervenire prima.
Un fenomeno complesso che non ha una sola causa
Secondo i dati più recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, più di 720.000 persone muoiono per suicidio ogni anno nel mondo. Nel 2021 il suicidio è stato la terza causa di morte nella fascia 15-29 anni e il 56% dei suicidi nel mondo si è verificato prima dei 50 anni. Sono numeri importanti, ma vanno letti correttamente. Non esiste una singola causa del suicidio. L’OMS sottolinea la natura multifattoriale del fenomeno, nel quale possono interagire fattori sociali, culturali, biologici, psicologici e ambientali lungo il corso della vita. Questo significa anche che non esiste un’identità della “persona suicida” e non esiste un comportamento che, preso isolatamente, consenta di prevedere ciò che accadrà. È molto più utile domandarsi: questa persona sta cambiando? Che cosa sta succedendo rispetto al suo modo abituale di vivere, relazionarsi e immaginare il futuro?
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Dalla prevenzione alla pratica clinica: il tema del mio prossimo intervento
La prevenzione del suicidio è anche un tema sul quale sto lavorando direttamente nella mia attività clinica e scientifica. La prossima settimana parteciperò a un convegno dedicato alla suicidologia e alla salute pubblica, presentando insieme alle colleghe della ASL RM 6 un contributo dal titolo: “Dalla valutazione di personalità alla prevenzione del suicidio: strumenti per l’identificazione precoce dei pensieri anticonservativi nei servizi territoriali”. Il lavoro parte da una questione che considero particolarmente importante: quanto precocemente possiamo intercettare la sofferenza, prima ancora che una persona riesca a trasformarla in una richiesta esplicita di aiuto? Nella pratica dei servizi territoriali, infatti, le persone possono arrivare per motivi apparentemente distanti dal rischio suicidario: ansia, difficoltà scolastiche, problemi familiari, somatizzazioni o ritiro sociale. Il motivo dichiarato dell’accesso non racconta necessariamente tutta la sofferenza presente. È uno degli aspetti dai quali nasce il nostro lavoro. Un’attenzione particolare è dedicata ai cosiddetti pensieri anticonservativi: fantasie, desideri o rappresentazioni mentali orientati alla cessazione della sofferenza o dell’esistenza, che non sono necessariamente accompagnati da una progettualità suicidaria strutturata. La distinzione è fondamentale: pensare di non voler più soffrire non equivale automaticamente a progettare un suicidio, ma può rappresentare un segnale di sofferenza che merita di essere esplorato clinicamente. Ed è qui che la prevenzione può arrivare prima dell’emergenza.
Numeri utili
Se hai bisogno di parlare con qualcuno
Se stai attraversando un momento di forte sofferenza, oppure sei preoccupato per una persona vicina, esistono servizi nazionali di ascolto e supporto ai quali è possibile rivolgersi anche dal Lazio.
Telefono Amico Italia
Telefono: 02 2327 2327
Disponibilità: attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
WhatsApp: 324 011 7252
Samaritans ODV
Da telefono fisso: 800 86 00 22 — gratuito
Da cellulare: 06 7720 8977 — tariffazione urbana
Orari: tutti i giorni dalle 13:00 alle 22:00.
Telefono Azzurro
Servizio rivolto in particolare a bambini, adolescenti e genitori.
Telefono: 196 96
Disponibilità: attivo 24 ore su 24, tutti i giorni.
Se esiste un pericolo immediato per la persona, un tentativo di suicidio appena avvenuto o non è possibile garantirne la sicurezza, chiama il 112 o il 118 oppure rivolgiti immediatamente al Pronto Soccorso.
Quando la sofferenza emerge presto: cosa ci dicono i dati sugli adolescenti
È nell’adolescenza che alcuni dati presentati nel nostro lavoro diventano particolarmente significativi. Nel poster scientifico che accompagna il contributo abbiamo analizzato anche dati territoriali ASL relativi al periodo 2023-2025. È importante precisarlo: non sono dati epidemiologici riferibili all’intera popolazione italiana, ma dati provenienti dall’attività dei servizi territoriali considerati nel lavoro. I ricoveri per comportamento suicidario riportati passano da 106 nel 2023 a 124 nel 2024 e 157 nel 2025, per complessivi 387 ricoveri nel triennio. Ancora più evidente è l’andamento delle consulenze di Neuropsichiatria Infantile in Pronto Soccorso per rischio suicidario: 368 nel 2023, 526 nel 2024 e 732 nel 2025, per un totale di 1.626 consulenze. Il poster evidenzia un incremento del 75% nel periodo 2023-2025. Ma sono soprattutto altri due elementi a richiedere attenzione: il 90% delle consulenze riguarda ragazze e l’età maggiormente rappresentata è 15 anni. Nello stesso periodo, gli accessi degli under 18 indicati nel poster aumentano del 45%. Questi dati non autorizzano a dire che “gli adolescenti di oggi sono più fragili”, né permettono di attribuire l’aumento a una singola causa. Ci dicono però qualcosa che considero fondamentale: non possiamo pensare alla prevenzione soltanto come a un intervento da attivare quando il rischio è ormai evidente. A quindici anni la vita quotidiana si svolge soprattutto altrove: a casa, a scuola, con gli amici, nello sport, nei luoghi di aggregazione, anche online. È lì che possono iniziare a comparire cambiamenti che meritano di essere osservati.
Comprendere l'adolescenza prima che il disagio diventi troppo grande
Adolescenza non significa automaticamente crisi. Ma alcuni cambiamenti emotivi, relazionali, scolastici e familiari meritano di essere compresi. Nell'area Adolescenti e Genitori trovi approfondimenti dedicati al disagio adolescenziale, alla relazione con i genitori e ai segnali che può essere utile osservare.
Esplora Adolescenti e GenitoriPrima delle parole può cambiare il comportamento
Un adolescente non sempre possiede le parole per raccontare ciò che gli sta accadendo. Può diventare progressivamente più isolato, smettere di frequentare gli amici, abbandonare uno sport, perdere interesse per la scuola. Può modificare molto il ritmo sonno-veglia, diventare insolitamente irritabile, trascurarsi, apparire continuamente sopraffatto oppure iniziare a parlare di sé e del proprio futuro in termini sempre più negativi. Nessuno di questi comportamenti, da solo, significa che un adolescente stia pensando al suicidio. Questo punto va detto con chiarezza, perché la prevenzione non deve trasformarsi nella sorveglianza ansiosa dei figli. Ciò che può diventare significativo è la combinazione dei segnali, la loro intensità, la durata e soprattutto il cambiamento rispetto al funzionamento precedente. Un ragazzo che è sempre stato introverso non è necessariamente in difficoltà perché preferisce trascorrere molto tempo da solo. È diverso osservare un ragazzo che fino a qualche mese prima usciva, praticava sport, aveva amici e progetti e progressivamente smette di fare quasi tutto. La domanda, allora, non è soltanto: «È un sintomo?». Può essere molto più utile chiedersi: «Che cosa è cambiato?» Quali segnali meritano particolare attenzione? Non esiste una checklist capace di stabilire automaticamente il rischio suicidario. Alcuni cambiamenti, però, meritano di non essere banalizzati, soprattutto quando compaiono insieme o diventano progressivamente più intensi. Un isolamento crescente, una perdita marcata di interesse, un peggioramento importante del funzionamento scolastico, lavorativo o relazionale, sentimenti persistenti di inutilità o disperazione, la difficoltà a immaginare un futuro, cambiamenti significativi nel sonno, nell’alimentazione o nella cura di sé, condotte autolesive, uso problematico di sostanze oppure frasi ricorrenti sul desiderio di scomparire o di non esistere sono elementi che richiedono attenzione. Anche affermazioni come «senza di me stareste meglio», «vorrei addormentarmi e non svegliarmi» o «non ha più senso niente» non dovrebbero essere liquidate come semplici provocazioni. Non significano automaticamente che esista un’intenzione suicidaria. Significano però che è necessario capire meglio.
Chiedere direttamente del suicidio non mette l’idea in testa
Uno dei timori più frequenti di genitori e familiari è: «Se glielo chiedo, non rischio di mettergli l’idea in testa?». Evitare l’argomento per paura di suggerirlo può rendere ancora più difficile parlare di ciò che la persona sta vivendo. Quando alcuni segnali preoccupano, è possibile utilizzare domande semplici e dirette: «Ti capita di pensare che non vorresti più esserci?», «Hai pensato di farti del male?», «Quando dici che vorresti sparire, che cosa significa per te?». La parte più importante viene subito dopo: ascoltare la risposta senza minimizzarla, interrogarla o trasformarla immediatamente in una discussione. Non serve avere la frase perfetta. Serve rendere possibile una conversazione che fino a quel momento forse non lo era. Autolesionismo e rischio suicidario sono la stessa cosa? No. Un comportamento autolesivo non equivale automaticamente a un tentativo di suicidio e può avere funzioni psicologiche differenti. Questo, però, non significa che debba essere banalizzato. L’autolesionismo segnala una sofferenza che merita comprensione e valutazione. Il compito non è interpretare autonomamente la gravità sulla base del gesto, ma comprendere quale funzione abbia quel comportamento, quale livello di sofferenza lo accompagni e se siano presenti pensieri di morte o intenzionalità suicidaria.
Prevenzione primaria: scuola, famiglia e territorio prima dell’emergenza
È uno degli aspetti che abbiamo voluto rendere maggiormente visibili anche nel lavoro che presenterò al convegno. La prevenzione primaria può iniziare nei contesti quotidiani: scuola, famiglia e rete sociale, comunità e territorio. Nel poster vengono richiamati, per esempio, alfabetizzazione e promozione del benessere emotivo a scuola, riconoscimento precoce dei segnali di disagio, procedure chiare di segnalazione e raccordo con i servizi, contrasto allo stigma e al bullismo. Nella famiglia diventano centrali ascolto, comunicazione, riconoscimento dei cambiamenti significativi e conoscenza delle figure adulte e professionali alle quali rivolgersi. La scuola non deve diventare un luogo nel quale si formulano diagnosi. Può però essere uno dei luoghi nei quali ci si accorge che qualcosa è cambiato. E nei territori questo significa costruire collegamenti reali tra famiglie, scuole, pediatri, servizi sanitari, professionisti e luoghi frequentati dai ragazzi.
La valutazione psicologica non serve a “predire” chi si suiciderà
Nel nostro contributo approfondiamo anche il ruolo della valutazione della personalità. Qui è necessaria molta cautela. Non esiste un test psicologico capace di prevedere con certezza un suicidio. Il poster sottolinea che nessun punteggio dovrebbe essere interpretato isolatamente e che la valutazione deve integrare colloquio clinico, strumenti standardizzati, anamnesi, fattori contestuali e giudizio clinico. La valutazione psicodiagnostica può avere un’altra funzione: aiutare a rendere più visibili dimensioni cognitive, emotive e relazionali che richiedono approfondimento. Il suo valore preventivo non sta quindi nel costruire una sorta di “profilo del futuro suicida”, operazione scientificamente impropria oltre che pericolosa, ma nel formulare domande più precise, riconoscere configurazioni di sofferenza e orientare tempestivamente approfondimento e presa in carico. È anche la conclusione alla quale arriva il nostro lavoro: la sofferenza psicologica può precedere di molto l’emersione di un’ideazione suicidaria esplicita e la valutazione della personalità può contribuire alla rilevazione di fattori di vulnerabilità, senza essere considerata uno strumento predittivo del suicidio.
Fare chiarezza
Una valutazione non serve a prevedere il suicidio
Nessun test psicologico può stabilire con certezza se una persona tenterà il suicidio. Quando esiste una sofferenza complessa, una valutazione psicodiagnostica può invece contribuire, insieme al colloquio clinico, all'anamnesi e alla comprensione del contesto, a esplorare il funzionamento emotivo, cognitivo, relazionale e di personalità e a individuare aspetti che richiedono un approfondimento.
Scopri come funziona una valutazione psicodiagnosticaQuando è il momento di chiedere aiuto?
Non occorre aspettare che una persona dica esplicitamente «voglio morire». Quando la sofferenza persiste, aumenta, modifica significativamente la vita quotidiana oppure compaiono autolesionismo, pensieri di morte, forte disperazione o il desiderio di non esistere, è opportuno chiedere una valutazione professionale. Nel caso di un adolescente, anche un genitore può iniziare chiedendo un confronto a un professionista quando il figlio rifiuta di farlo. Se invece emerge un pericolo immediato, un’intenzione suicidaria concreta, un tentativo appena avvenuto o una situazione nella quale non è possibile garantire la sicurezza della persona, non si tratta più di aspettare un colloquio programmato: è necessario rivolgersi immediatamente ai servizi di emergenza, chiamando 112 o 118 oppure recandosi al Pronto Soccorso.
Prevenire significa riuscire ad arrivare prima
I numeri aiutano a comprendere le dimensioni del fenomeno. Ma dietro quei numeri ci sono persone, famiglie, compagni di scuola, insegnanti, professionisti e comunità. Per questo, forse, uno dei significati più importanti della Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio è ricordarci che prevenire non significa soltanto intervenire davanti all’emergenza. Significa rendere più facile parlare di sofferenza. Formare adulti capaci di riconoscere i cambiamenti. Costruire reti tra scuola, famiglia e territorio. Consentire a una persona di chiedere aiuto prima di essere arrivata al limite delle proprie risorse. Non tutta la sofferenza conduce al suicidio. Ma nessuna sofferenza deve diventare estrema prima di meritare ascolto.
Domande frequenti sulla prevenzione del suicidio
Chiedere a una persona se pensa al suicidio può metterle l'idea in testa?
Chi parla di suicidio lo farà necessariamente?
Se mio figlio dice “vorrei sparire” devo preoccuparmi?
Autolesionismo e tentativo di suicidio sono la stessa cosa?
Posso chiedere aiuto se mio figlio adolescente rifiuta di parlare con uno psicologo?
Quando bisogna rivolgersi immediatamente ai servizi di emergenza?
Quando qualcosa è cambiato
Non è necessario aspettare che il disagio diventi un'emergenza
Se tuo figlio o tua figlia mostra da tempo cambiamenti che ti preoccupano, oppure senti di non riuscire più a comprendere quanto sta accadendo, un primo confronto può aiutare a fare chiarezza. Anche un genitore può chiedere inizialmente un colloquio per capire come muoversi.
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