Mio figlio con DSA è già in ansia per il nuovo anno: come aiutarlo prima del rientro a scuola
Agosto non è ancora finito. I libri sono chiusi, lo zaino forse è ancora in qualche angolo della camera e mancano diverse settimane al primo giorno di scuola. Eppure tuo figlio ha già cominciato. “Quest’anno sarà peggio.” “Non ce la farò.” “Ci saranno troppi compiti.” “E se i professori non mi fanno usare le mappe?” Oppure non dice quasi nulla, ma cambia espressione appena qualcuno nomina settembre. Diventa irritabile quando si parla di scuola, evita l’argomento, comincia a preoccuparsi delle materie che troverà o ricorda con sorprendente precisione tutte le difficoltà dell’anno precedente. Per un genitore può essere spiazzante vedere un **figlio con DSA già in ansia per la scuola** quando la scuola non è ancora iniziata. La tentazione è rassicurarlo: “Ma manca ancora tanto!”, “Vedrai che andrà bene”, “Non pensarci adesso”. Il problema è che, dal suo punto di vista, settembre potrebbe essere già cominciato.
Perché un ragazzo con DSA può avere ansia ancora prima di tornare a scuola
L’ansia non riguarda necessariamente ciò che sta accadendo in questo momento. Può riguardare ciò che immaginiamo possa accadere. E quando un ragazzo ha alle spalle esperienze scolastiche faticose, l’inizio di un nuovo anno non rappresenta soltanto quaderni nuovi, compagni da rivedere e una nuova agenda. Può significare tornare nel luogo in cui si è sentito lento. Dove ha impiegato un pomeriggio intero per studiare ciò che un compagno sembrava preparare in un’ora. Dove magari ha ricevuto un voto che non gli sembrava raccontare lo sforzo fatto. Dove ha avuto paura di leggere ad alta voce, di essere interrogato, di dimenticare tutto davanti al professore o di sentirsi diverso perché aveva bisogno di utilizzare strumenti che gli altri non utilizzavano. In questo senso, l’ansia di settembre può avere una storia. Ed è proprio quella storia che vale la pena provare a comprendere.
A volte non ha paura del nuovo anno. Ha paura che ricominci quello vecchio
Questa distinzione mi sembra particolarmente importante. Quando un figlio dice “non voglio tornare a scuola”, noi adulti tendiamo naturalmente a guardare avanti: nuovi professori, nuove materie, nuovi compiti, nuove difficoltà. Lui potrebbe invece stare guardando indietro. Potrebbe ricordare l’interrogazione durante la quale si è bloccato. La verifica terminata quando aveva ancora diversi esercizi da completare. Il compagno che ha fatto una battuta. La discussione a casa perché non voleva più studiare. Le sere trascorse sui libri con la sensazione di non arrivare mai alla fine. Un Disturbo Specifico dell’Apprendimento riguarda specifiche abilità scolastiche e non dice nulla, da solo, sul valore o sull’intelligenza di un ragazzo. Ma vivere ripetutamente situazioni nelle quali apprendere richiede maggiore fatica può avere conseguenze anche sul modo in cui lo studente percepisce sé stesso. Le linee guida italiane sui DSA richiamano infatti l’attenzione anche sulle possibili difficoltà secondarie nella sfera emotiva, tra cui bassa autostima, senso di scarsa efficacia e manifestazioni ansiose. Per questo non mi fermerei alla domanda: “Perché è ansioso se la scuola deve ancora cominciare?”. Proverei piuttosto a chiedermi: **che cosa teme di ritrovare quando tornerà a scuola?**
DSA e ansia scolastica non sono la stessa cosa
È importante però evitare l’errore opposto. Avere un DSA non significa necessariamente sviluppare un problema d’ansia. E un ragazzo con DSA che manifesta preoccupazione per il rientro non ha automaticamente un disturbo d’ansia. Un po’ di agitazione prima della ripresa scolastica può essere comprensibile, soprattutto quando si affronta un cambiamento: il passaggio alle medie o alle superiori, una nuova classe, nuovi insegnanti oppure un anno precedente particolarmente difficile. Quello che possiamo osservare è soprattutto quanto quella preoccupazione interferisce con la vita del ragazzo. Una cosa è dire ogni tanto: “Non ho voglia che ricominci la scuola”. Un’altra è trascorrere buona parte delle vacanze pensando alle verifiche di ottobre. Se l’ansia diventa intensa, persistente, produce frequenti sintomi fisici, altera il sonno, porta a evitare tutto ciò che ricorda la scuola o cresce progressivamente avvicinandosi al rientro, vale la pena non liquidarla semplicemente come normale agitazione.
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Prima di rassicurarlo, prova ad ascoltare la sua paura
Immaginiamo questa conversazione. “Ho paura di matematica quest’anno.” “Ma perché? Non sai neanche chi sarà il professore!” La risposta del genitore è perfettamente logica. Quella del ragazzo, però, potrebbe non esserlo altrettanto, perché la paura raramente funziona come un’equazione. Potremmo provare diversamente: “Che cosa ti preoccupa di più quando pensi a matematica?” La differenza sembra piccola, ma cambia la direzione del dialogo. Nel primo caso stiamo cercando di convincerlo che non dovrebbe avere paura. Nel secondo stiamo cercando di capire di che cosa ha paura. Potrebbe rispondere: “Non riesco mai a finire le verifiche”. Oppure: “Ho paura che non mi facciano usare la calcolatrice”. O ancora: “L’anno scorso il professore diceva sempre che dovevo essere più veloce”. A quel punto non abbiamo ancora risolto il problema, ma possediamo qualcosa di molto più utile di una rassicurazione generica: abbiamo cominciato a comprenderlo.
Non trasformiamo agosto in un anticipo di settembre
Quando un genitore vede il proprio figlio preoccupato può sentire l’urgenza di prepararlo. Ed ecco comparire quaderni di ripasso, esercizi, tabelle, programmi, sveglie anticipate e il celebre: “Cominciamo a rimetterci in carreggiata”. Una graduale ripresa delle routine può certamente essere utile. Ma attenzione a non trasformare le ultime settimane di vacanza in una sorta di scuola preventiva. Se il messaggio implicito diventa “dobbiamo prepararci perché sarà durissima”, rischiamo involontariamente di confermare proprio ciò che il ragazzo teme. Prepararsi non significa vivere settembre in anticipo. Può significare, invece, ridurre alcune incertezze concrete. Controllare insieme il materiale necessario. Verificare che gli strumenti compensativi che il ragazzo utilizza abitualmente siano disponibili e funzionanti. Riprendere gradualmente orari più compatibili con la scuola. Organizzare uno spazio di studio funzionale. E poi fermarsi. Perché anche riposarsi fa parte della preparazione.
Ripartire dal PDP, ma non soltanto dal PDP
Per gli studenti con DSA il Piano Didattico Personalizzato rappresenta uno strumento importante per definire modalità didattiche, misure dispensative e strumenti compensativi coerenti con i bisogni dello studente. Ma c’è un aspetto che a volte rischia di passare in secondo piano. Il PDP è un documento. Tuo figlio è una persona. Due ragazzi con la stessa diagnosi possono avere bisogni molto diversi. Uno può utilizzare con grande autonomia le mappe concettuali; un altro può viverle come uno strumento poco utile. Uno può trovarsi bene con la sintesi vocale, un altro preferire modalità differenti. E soprattutto, crescendo cambiano le richieste. Ciò che funzionava in quinta elementare potrebbe non funzionare allo stesso modo alle medie. Ciò che era sufficiente alle medie potrebbe diventare meno efficace alle superiori. Per questo, prima dell’inizio dell’anno, può essere utile parlare anche con tuo figlio e chiedergli: “Cosa ti ha aiutato davvero l’anno scorso e cosa invece non ha funzionato?” È una domanda che gli restituisce un ruolo attivo. Non stiamo soltanto organizzando la scuola intorno a lui. Stiamo iniziando a costruirla anche con lui.
“Quest’anno devi impegnarti di più” non è sempre il messaggio giusto
Molti ragazzi con DSA non hanno bisogno di sentirsi dire che devono impegnarsi di più. A volte si sono già impegnati moltissimo. Hanno bisogno di capire come utilizzare meglio le proprie energie. Se un metodo di studio richiede quattro ore al giorno e produce continuamente frustrazione, la soluzione non è necessariamente aggiungere una quinta ora. Potrebbe essere necessario rivedere il metodo, l’organizzazione, gli strumenti utilizzati, il carico, il livello di autonomia o il modo in cui ragazzo, famiglia e scuola stanno gestendo le difficoltà. Nel lavoro con adolescenti e famiglie trovo particolarmente importante spostare progressivamente la domanda da “Quanto hai studiato?” a “Come hai studiato?”. E, ancora di più: “Cosa ti aiuta a imparare?”. Perché uno degli obiettivi più importanti, soprattutto crescendo, è permettere al ragazzo di conoscere sempre meglio il proprio funzionamento.
DSA, ADHD e difficoltà scolastiche: comprendere per accompagnare meglio
Un DSA non riguarda soltanto ciò che accade davanti a un libro o durante una verifica. Crescendo cambiano le richieste della scuola, l'autonomia richiesta e anche il modo in cui un ragazzo interpreta le proprie difficoltà. Nell'area dedicata trovi approfondimenti su DSA, ADHD, apprendimento, valutazioni e strategie per sostenere il percorso scolastico.
Scopri l'area DSA, ADHD e ValutazioniAttenzione al confronto con i compagni
“Luca in un’ora ha finito tutto.” “Tua sorella alla tua età studiava da sola.” “Gli altri non hanno bisogno che i genitori gli ricordino continuamente i compiti.” Sono frasi che possono nascere dalla stanchezza, non dalla volontà di ferire. Ma il confronto rischia di toccare esattamente il punto più vulnerabile. Un ragazzo con DSA potrebbe essersi confrontato con gli altri per anni. Quanto velocemente leggono. Quanto tempo impiegano a studiare. Quanto scrivono durante una verifica. Quanti errori fanno. Quanto facilmente ricordano ciò che hanno letto. A casa dovrebbe poter trovare uno spazio nel quale il parametro principale non sia “gli altri”, ma il proprio percorso. Questo non significa abbassare le aspettative. Significa costruirle sulla persona reale che abbiamo davanti.
Quando l’ansia può diventare un segnale da approfondire
Ci sono situazioni nelle quali la preoccupazione per il rientro merita maggiore attenzione. Per esempio quando il ragazzo comincia a manifestare frequentemente mal di pancia, nausea o mal di testa in relazione alla scuola; quando dorme male pensando al rientro; quando piange o ha crisi intense parlando di settembre; quando ripete di essere incapace o stupido; quando evita sistematicamente qualsiasi discorso scolastico; oppure quando la paura evolve verso un vero rifiuto di andare a scuola. In questi casi non è utile concludere troppo rapidamente: “È colpa del DSA”. Potrebbero esserci esperienze scolastiche negative, difficoltà emotive, problemi relazionali, paura del giudizio, forte ansia da prestazione oppure altri elementi che meritano di essere compresi. Il principio rimane sempre lo stesso: prima di attribuire un significato, proviamo a capire cosa sta accadendo a quel ragazzo, in quel momento della sua storia.
Il nuovo anno può diventare anche un nuovo punto di partenza
Forse tuo figlio non ha bisogno che tu gli prometta che quest’anno sarà facile. Potresti non poterlo sapere. Potrebbe avere bisogno di qualcosa di più credibile. Sapere che, se qualcosa non funzionerà, potrete accorgervene e provare a cambiarlo. Che un brutto voto non diventerà automaticamente un giudizio sul suo impegno. Che potrà dire “questa strategia non mi aiuta” senza sentirsi accusato di non voler studiare. Che scuola, famiglia e professionisti, quando necessario, possono confrontarsi. E soprattutto che il DSA racconta una parte del suo modo di apprendere, non stabilisce il confine delle sue possibilità. L’inizio di un nuovo anno scolastico è una transizione. E le transizioni portano spesso con sé una quota di incertezza. Possiamo provare a eliminare ogni paura prima di settembre. Probabilmente non ci riusciremo. Oppure possiamo aiutare un ragazzo a entrare nel nuovo anno con una consapevolezza diversa: se arriverà una difficoltà, non dovrà necessariamente affrontarla nello stesso modo dell’anno precedente. A volte è proprio da questa possibilità che l’ansia comincia a lasciare un po’ di spazio alla fiducia.
Domande frequenti
DSA, ansia e ritorno a scuola: i dubbi dei genitori
Quando un figlio comincia a preoccuparsi prima ancora dell'inizio delle lezioni, è facile chiedersi quanto intervenire, quanto aspettare e cosa significhino davvero alcuni comportamenti.
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