Perché aspettiamo di stare malissimo prima di chiedere aiuto?
“Ancora un po’. Vediamo se passa.” A volte comincia così. Continuiamo ad andare al lavoro, rispondiamo ai messaggi, facciamo la spesa, ci occupiamo dei figli, rispettiamo gli appuntamenti. Magari dormiamo peggio, siamo più irritabili, pensiamo continuamente alla stessa cosa o sentiamo di avere molte meno energie di prima. Ma funzioniamo. E finché riusciamo a funzionare, possiamo convincerci che non ci sia un motivo sufficientemente importante per chiedere aiuto. Poi qualcosa cambia. Arriva una notte quasi senza dormire. Un attacco d’ansia. Una discussione che ci lascia svuotati. Una mattina nella quale andare al lavoro sembra improvvisamente difficilissimo. Oppure semplicemente ci accorgiamo che quella fatica che pensavamo sarebbe passata è diventata la nostra quotidianità. Ed è spesso soltanto allora che pronunciamo una frase diversa: “Così non ce la faccio più.” Ma perché per molte persone il diritto di fermarsi sembra arrivare soltanto quando stanno malissimo? La risposta non riguarda semplicemente la forza di volontà. Chiedere aiuto psicologico significa riconoscere un bisogno, renderlo visibile e, almeno temporaneamente, accettare di non avere già tutte le risposte. E questo, per alcune persone, può essere molto più difficile di quanto sembri.
Se riesco ancora a fare tutto, allora forse non sto davvero male
Uno degli equivoci più frequenti riguarda il funzionamento. Immaginiamo la sofferenza psicologica come qualcosa che dovrebbe essere immediatamente visibile. Se sto davvero male, penso, non dovrei riuscire a lavorare. Non dovrei uscire. Non dovrei riuscire a occuparmi degli altri. E invece le persone possono continuare a funzionare anche attraversando periodi di notevole fatica. Anzi, qualche volta proprio il continuare a fare tutto rende più difficile accorgersi di quanto stia costando. Una persona può essere puntuale in ufficio e trascorrere la notte a rimuginare. Può occuparsi con grande attenzione dei figli e non riuscire più a trovare uno spazio per sé. Può sorridere durante una cena e sentire una forte solitudine appena torna a casa. Il punto, quindi, non è soltanto chiedersi: “Riesco ancora a fare le cose?”. Può essere più utile domandarsi: “Quanto mi costa continuare a farle così?”. Sono due domande molto diverse.
“Dovrei riuscire a farcela da solo”
Questa è probabilmente una delle frasi più potenti quando parliamo di richiesta di aiuto. L’autonomia è una risorsa importante. Imparare ad affrontare problemi, tollerare frustrazioni, cercare soluzioni e utilizzare le proprie capacità fa parte della vita. Il problema nasce quando l’autonomia diventa un obbligo. “Devo cavarmela da solo.” “Non voglio pesare sugli altri.” “Ho sempre risolto tutto.” “Non sono il tipo che ha bisogno di parlare con qualcuno.” In quel momento chiedere supporto non viene più percepito semplicemente come una possibilità. Può sembrare una smentita dell’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Se per anni siamo stati “quelli forti”, “quelli affidabili”, “quelli che risolvono”, ammettere di essere in difficoltà può diventare sorprendentemente complicato. Non perché non sentiamo la fatica. A volte la sentiamo benissimo. È che non sappiamo dove collocarla nell’idea che abbiamo di noi.
Ci abituiamo anche a stare male
Esiste poi un fenomeno meno evidente: l’abitudine. Non tutto il malessere arriva improvvisamente. A volte cresce lentamente. Prima dormiamo un po’ peggio. Poi iniziamo a svegliarci pensando al lavoro. Diventiamo più irritabili. Rinunciamo a qualcosa perché siamo stanchi. Vediamo meno gli amici. Passiamo più tempo a rimuginare. Ci sembra di avere sempre meno pazienza. Nessuno di questi cambiamenti, preso singolarmente, sembra abbastanza importante. E così ci adattiamo. Quello che qualche mese prima avremmo riconosciuto come un segnale insolito può gradualmente diventare la nuova normalità. È uno dei motivi per cui può essere utile, ogni tanto, cambiare domanda. Non soltanto: “Sto abbastanza male da aver bisogno di aiuto?”. Ma: “Da quanto tempo sto vivendo in questo modo?”.
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Quando continuiamo a reggere, ma qualcosa sta diventando troppo faticoso
Chiedere aiuto è soltanto una parte del tema. Questi approfondimenti aiutano a osservare quando una difficoltà merita attenzione, cosa significa continuare a essere “quelli forti” e quanto il giudizio possa condizionare le nostre scelte.
Psicologo a Grottaferrata: quando chiedere aiuto
Come capire quando una difficoltà sta occupando troppo spazio e perché non è necessario aspettare che diventi insostenibile.
La stanchezza di chi sembra sempre forte
Quando essere la persona che regge, risolve e si occupa degli altri rende più difficile riconoscere la propria fatica.
Paura del giudizio degli altri: perché influenza le nostre scelte
Il timore di essere considerati fragili, incapaci o inadeguati può influenzare anche la decisione di raccontare una difficoltà e chiedere supporto.
Ci confrontiamo con chi sta peggio
“Ci sono persone con problemi veri.” Anche questa frase può sembrare ragionevole. Qualcuno ha perso una persona cara. Qualcuno affronta una malattia. Qualcuno vive una grave difficoltà economica. Qualcun altro ha ricevuto una diagnosi importante. E allora il nostro problema ci sembra piccolo. Il confronto può trasformarsi in una specie di graduatoria immaginaria della sofferenza nella quale abbiamo diritto a chiedere aiuto soltanto dopo aver raggiunto un livello sufficientemente alto. Ma il benessere psicologico non funziona come una sala d’attesa nella quale passa prima chi ha il numero della sofferenza più grande. Riconoscere la propria fatica non significa negare quella degli altri. Possiamo sapere che qualcuno sta attraversando una situazione molto difficile e, contemporaneamente, riconoscere che qualcosa nella nostra vita merita attenzione.
La paura del giudizio conta ancora
Negli ultimi anni parliamo molto più apertamente di salute mentale. Questo però non significa che lo stigma sia scomparso. L’Organizzazione Mondiale della Sanità continua a indicare stigma e discriminazione tra gli ostacoli che possono allontanare le persone dai servizi di salute mentale. E il giudizio più difficile da superare non è sempre quello degli altri. Può essere il nostro. “Se vado dallo psicologo significa che non sono capace di gestire la mia vita?” “Cosa penseranno di me?” “E se qualcuno lo sapesse?” “Sto esagerando?” Sono domande che possono farci rimandare ancora. In particolare quando siamo abituati a presentarci agli altri come persone autonome, competenti e affidabili. Chiedere aiuto ci espone a qualcosa che normalmente cerchiamo di evitare: mostrare una parte di noi che non abbiamo ancora capito o che non sappiamo controllare.
A volte abbiamo paura anche di quello che potremmo scoprire
C’è poi un’altra ragione di cui si parla meno. Non chiedere aiuto permette, almeno per un po’, di lasciare alcune domande senza risposta. Forse quella relazione ci fa stare molto peggio di quanto vogliamo ammettere. Forse quel lavoro che abbiamo difeso per anni non ci somiglia più. Forse siamo stanchi di occuparci sempre di tutti. Forse una difficoltà che continuiamo a definire “un periodo” dura ormai da molto tempo. Parlarne significa iniziare a guardarla. E guardare qualcosa non obbliga a cambiarla immediatamente, ma rende più difficile continuare a fingere di non vederla. Per questo qualche volta non rimandiamo perché non sappiamo di stare male. Rimandiamo proprio perché una parte di noi lo sa.
Quando qualcosa nella quotidianità comincia a pesare
Ansia, stress, autostima, relazioni, solitudine e momenti di cambiamento possono entrare nella nostra vita in modi molto diversi. Nell'area Benessere psicologico trovi altri approfondimenti per comprendere ciò che stai vivendo senza trasformare automaticamente una difficoltà in un'etichetta.
Scopri l'area Benessere psicologicoChiedere aiuto non significa necessariamente iniziare un lungo percorso
Un’altra fantasia frequente è immaginare che prendere appuntamento con uno psicologo significhi automaticamente entrare in un percorso indefinito. Non necessariamente. Un primo colloquio è innanzitutto uno spazio nel quale comprendere la domanda. Cosa sta succedendo? Da quanto tempo? Cosa è cambiato? Quanto questa situazione sta interferendo con la quotidianità? Che cosa hai già provato a fare? Di che tipo di supporto potresti avere bisogno? In alcuni casi può emergere l’utilità di un percorso psicologico. In altri può essere necessario un approfondimento differente o il coinvolgimento di un altro professionista. In altri ancora il colloquio può servire soprattutto a mettere ordine in una fase di cambiamento. Chiedere un confronto non significa avere già deciso quale sia la risposta. Significa concedersi la possibilità di formulare meglio la domanda.
Non ogni momento difficile richiede uno psicologo
Credo sia altrettanto importante dirlo chiaramente. Attraversare una fase di tristezza, preoccupazione, stress o incertezza non significa automaticamente avere un problema psicologico né rende necessario iniziare un percorso. La vita comprende momenti difficili. Possiamo avere risorse personali, relazioni significative e capacità di adattamento sufficienti per attraversarli. Trasformare ogni fatica in un sintomo sarebbe poco utile quanto ignorare sistematicamente ciò che sentiamo. La domanda non è quindi: “Ogni volta che sto male devo andare dallo psicologo?”. No. La domanda può diventare: “Quello che sto vivendo sta trovando una sua evoluzione oppure continua a occupare sempre più spazio?”. Durata, intensità e impatto sulla vita quotidiana possono aiutarci a guardare la situazione con maggiore precisione.
Quando vale la pena fermarsi prima di arrivare al limite
Non esiste una soglia universale. Possiamo però osservare alcuni cambiamenti. Una difficoltà merita attenzione quando continua a ripresentarsi, quando modifica significativamente il sonno, le relazioni, il lavoro o la capacità di concentrarsi, quando porta a evitare sempre più situazioni oppure quando le strategie utilizzate fino a quel momento non sembrano più sufficienti. Ma c’è anche un indicatore molto più semplice. La quantità di spazio mentale che qualcosa occupa. Se passi una parte importante delle tue giornate a gestire, nascondere, controllare o cercare di non pensare a un problema, forse quel problema sta già chiedendo molte energie. Non è necessario aspettare che le esaurisca tutte.
Forse dovremmo cambiare la domanda
Durante i colloqui capita di incontrare persone che, raccontando mesi o anni di fatica, a un certo punto dicono: “Avrei dovuto venire prima?” Non credo sia particolarmente utile trasformare anche la richiesta di aiuto in un’occasione per giudicarsi. Probabilmente quella persona ha chiesto aiuto quando, con le risorse, le paure e la consapevolezza che aveva in quel momento, è riuscita a farlo. Possiamo però imparare qualcosa da quella domanda. Forse il criterio non dovrebbe essere: “Sto abbastanza male da meritare aiuto?”. Potrebbe essere: “Questa situazione sta diventando troppo importante nella mia vita per continuare a ignorarla?”. Chiedere aiuto psicologico non deve necessariamente essere l’ultima possibilità dopo averle provate tutte. Può essere anche uno dei modi attraverso cui proviamo a capire meglio cosa sta succedendo mentre abbiamo ancora spazio per farlo. Non quando siamo arrivati necessariamente al limite. Magari qualche passo prima.
Domande frequenti
Dubbi che possono farci rimandare la richiesta di aiuto
Non sempre il dubbio è “ho bisogno di uno psicologo?”. Molto spesso, prima, ci chiediamo se il nostro problema sia abbastanza importante.
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