Perché è così difficile dire “non sto bene” proprio a chi ci vuole bene

«Come stai?» «Bene.» La risposta esce quasi automaticamente. A volte talmente in fretta che non abbiamo neppure il tempo di chiederci se sia vera. E magari bene non stiamo affatto. Siamo stanchi da settimane, abbiamo un pensiero che continua a tornare, una relazione che ci fa soffrire, un’ansia che facciamo fatica a contenere. Oppure non sapremmo nemmeno spiegare con precisione cosa non va. Sappiamo soltanto che qualcosa dentro di noi è diventato più pesante. Eppure, quando una persona che ci vuole bene ci chiede come stiamo, diciamo: «Tutto bene». Può sembrare un paradosso. Se ci fidiamo di qualcuno, perché facciamo fatica a dirgli che non stiamo bene? La risposta non è necessariamente che quella relazione sia poco profonda. Qualche volta accade quasi il contrario: proprio perché quella persona conta molto per noi, mostrarle una parte vulnerabile può diventare più difficile.

Dire “non sto bene” non significa soltanto comunicare un’informazione

Quando diciamo a qualcuno «non sto bene», non gli stiamo semplicemente raccontando un fatto. Ci stiamo mostrando in una condizione diversa da quella nella quale forse siamo abituati a farci vedere. Possiamo essere la persona affidabile della famiglia, quella che risolve i problemi, l’amico che ascolta tutti, la madre che tiene insieme mille cose, il collega che non perde mai il controllo, il partner che rassicura. In quella storia relazionale può essersi consolidato un ruolo: io sono quello che ce la fa. Ammettere di essere in difficoltà può allora produrre una piccola frattura nell’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Non necessariamente perché qualcuno ce l’abbia imposta. A volte siamo stati noi, nel tempo, a imparare che essere autonomi, efficienti o poco bisognosi fosse il modo più sicuro per stare nelle relazioni. Così possiamo arrivare a fare una cosa apparentemente contraddittoria: desiderare che qualcuno si accorga di come stiamo e, nello stesso tempo, fare di tutto perché non se ne accorga. 

“Non voglio preoccuparti”: quando proteggiamo gli altri anche da ciò che proviamo

Una delle ragioni più frequenti per cui non raccontiamo una difficoltà è molto semplice: non vogliamo far stare male le persone che amiamo. Pensiamo alla reazione di un genitore, di un partner, di un figlio adulto, di un amico. «Se glielo dico si preoccupa.» «Ha già abbastanza problemi.» «Non voglio essere un peso.» «Tanto non può fare niente.» Queste frasi possono contenere una preoccupazione autentica per l’altro. Ma vale la pena osservare cosa accade quando diventano la regola di tutte le nostre relazioni. Se per non pesare su nessuno finiamo per non poter mai portare da nessuna parte ciò che ci pesa, rischiamo di proteggerci dalla possibilità di ricevere proprio quel sostegno che una relazione significativa potrebbe offrirci. E c’è un’altra domanda interessante: siamo sicuri di sapere in anticipo che cosa sarebbe troppo per l’altro? Talvolta, nel tentativo di proteggerlo, decidiamo al suo posto ciò che può o non può accogliere.

A volte temiamo di essere guardati diversamente

C’è poi una paura più difficile da confessare: quella del giudizio. Non necessariamente un giudizio esplicito. Possiamo avere paura che l’altro ci consideri fragili, esagerati, incapaci di gestire la situazione. Oppure che inizi a preoccuparsi continuamente per noi. Una persona abituata a essere molto competente sul lavoro, per esempio, potrebbe riuscire a gestire riunioni, responsabilità e imprevisti mentre attraversa un periodo di forte difficoltà personale. Proprio quella capacità di continuare a funzionare può rendere ancora più complicato dire: «In realtà sto facendo molta fatica». Perché se tutti mi vedono funzionare, quanto deve essere serio quello che provo per avere il diritto di parlarne? È una domanda ingannevole. La sofferenza psicologica non si misura soltanto da quanto siamo ancora capaci di fare. Possiamo continuare a lavorare, rispondere ai messaggi, fare la spesa, accompagnare i figli, uscire con gli amici e, contemporaneamente, attraversare un periodo difficile. Il fatto che dall’esterno la nostra vita continui non rende meno importante ciò che accade dentro.

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“Prima devo capire cosa ho”: il bisogno di avere una spiegazione prima di parlare

Un’altra situazione che incontro frequentemente è la difficoltà a parlare finché non si è riusciti a dare un nome preciso a ciò che sta accadendo. «Non saprei neanche cosa dirgli.» «Non è successo niente di particolare.» «Non so perché mi sento così.» Come se fosse necessario presentarsi davanti all’altro con una relazione già ordinata: problema, causa, spiegazione e possibilmente soluzione. Ma le emozioni raramente arrivano organizzate in questo modo. Possiamo accorgerci di non stare bene molto prima di comprenderne le ragioni. Possiamo sentirci irritabili, stanchi, inquieti, vuoti o sopraffatti senza sapere immediatamente perché. Possiamo anche vivere emozioni apparentemente contraddittorie. Dire «non so bene cosa mi sta succedendo, ma ultimamente faccio fatica» è già una comunicazione completa. Non dobbiamo aver capito tutto prima di poter condividere qualcosa.

Quando abbiamo imparato che i problemi si affrontano da soli

La difficoltà a chiedere aiuto può avere anche una storia.

Forse siamo cresciuti in un ambiente nel quale delle emozioni si parlava poco. Forse abbiamo imparato che lamentarsi non serviva. Forse quando abbiamo mostrato una difficoltà ci siamo sentiti minimizzati, corretti troppo rapidamente o sommersi di consigli. Oppure nessuno ci ha detto esplicitamente di non parlare: semplicemente abbiamo osservato che gli adulti intorno a noi affrontavano tutto stringendo i denti. Le esperienze relazionali contribuiscono a costruire ciò che ci aspettiamo quando ci mostriamo vulnerabili. Se in passato aprirci ha significato sentirci giudicati, non compresi o esposti, può essere comprensibile che oggi una parte di noi preferisca controllare ciò che mostra. Questo, però, non significa che ogni difficoltà nel raccontarsi debba avere necessariamente una causa nel passato. A volte è legata alla relazione attuale. A volte al momento che stiamo attraversando. A volte alla nostra personalità. Spesso questi elementi si intrecciano. La domanda utile non è soltanto «perché sono fatto così?», ma anche: «Che cosa temo possa succedere se dicessi davvero come sto?»

Nascondere ciò che proviamo può diventare una forma di protezione

In psicologia esiste un concetto interessante: il self-concealment, che possiamo tradurre, con qualche approssimazione, come tendenza a tenere nascoste agli altri informazioni personali che percepiamo come dolorose o difficili da rivelare. Non coincide semplicemente con l’essere riservati. Essere riservati può essere una caratteristica personale e non rappresentare affatto un problema. Non siamo obbligati a raccontare tutto a tutti, e avere confini nella propria intimità è importante. La questione cambia quando esiste qualcosa che vorremmo poter condividere, o per cui avremmo bisogno di sostegno, ma sentiamo di non riuscire a farlo. La ricerca sul self-concealment ha mostrato associazioni con il disagio psicologico e con atteggiamenti meno favorevoli verso la richiesta di aiuto. Questo non significa che tacere una difficoltà provochi automaticamente un problema psicologico. Significa piuttosto che, quando nascondere sistematicamente ciò che ci fa soffrire diventa una modalità abituale, può ridurre anche le possibilità di utilizzare le relazioni come risorsa. Ed è qui che si crea un paradosso importante. Più sto male, più avrei bisogno di sentirmi vicino a qualcuno. Ma più temo di mostrarmi mentre sto male, più posso allontanarmi proprio dalle persone dalle quali potrei ricevere vicinanza.

Quando diventa difficile dare spazio a quello che proviamo

Paura del giudizio, difficoltà emotive, relazioni e momenti di cambiamento possono intrecciarsi in modi diversi. Nell'area Benessere psicologico trovi altri approfondimenti per comprendere meglio ciò che accade quando diventa difficile ascoltare, esprimere o condividere quello che sentiamo.

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Perché è più facile dirlo a uno sconosciuto che a chi ci conosce da sempre?

A qualcuno sarà capitato di raccontare qualcosa di molto personale a una persona appena conosciuta e di non riuscire invece a parlarne con il proprio partner, un genitore o un amico di lunga data. Non è necessariamente così strano. Nelle relazioni importanti abbiamo una storia, un ruolo e un’immagine di noi stessi. Con una persona estranea, invece, il rischio relazionale può sembrare minore. Non dobbiamo necessariamente confrontarci il giorno dopo con il suo sguardo. Non abbiamo paura di modificare un equilibrio costruito negli anni. Con chi ci ama c’è molto di più in gioco. Vogliamo essere compresi, ma proprio per questo può farci più paura non esserlo. Vogliamo essere accolti, ma temiamo maggiormente la possibilità di sentirci giudicati. La difficoltà a parlare, quindi, non misura necessariamente quanto vogliamo bene a qualcuno o quanto quella persona sia importante per noi.

Aspettare che gli altri se ne accorgano

C’è un altro meccanismo molto umano. Non diciamo nulla, ma speriamo che qualcuno capisca. Forse diventiamo più silenziosi. Rispondiamo meno. Siamo irritabili. Ci isoliamo un po’. E una parte di noi aspetta quella domanda: «C’è qualcosa che non va davvero?» Se arriva, però, potremmo rispondere comunque: «No, niente». Questo movimento può contenere due bisogni contemporaneamente: essere visti e non sentirsi costretti a esporsi. Il problema è che gli altri non sempre riescono a leggere correttamente i nostri segnali. Un partner può interpretare il silenzio come distanza. Un amico può pensare che siamo semplicemente impegnati. Un familiare può rispettare quello che crede essere il nostro bisogno di stare soli. Aspettare che qualcuno indovini ciò che non riusciamo a dire può quindi aumentare la sensazione di non essere compresi.

Come iniziare a dire che non stiamo bene senza dover raccontare tutto

Aprirsi non significa passare improvvisamente dal silenzio al racconto completo della propria vita. Possiamo iniziare molto prima. «Ultimamente non sono proprio in forma.» «C’è una cosa di cui faccio fatica a parlare.» «Non so ancora spiegarti bene cosa mi succede.» «Non ho bisogno che tu risolva il problema, vorrei soltanto raccontartelo.» Quest’ultima frase può essere particolarmente utile. A volte, infatti, non temiamo soltanto il giudizio. Temiamo la reazione: domande, consigli, soluzioni, telefonate, preoccupazione. Possiamo allora dire anche di cosa abbiamo bisogno. Forse vogliamo essere ascoltati. Forse abbiamo bisogno di un’opinione. Forse desideriamo compagnia. Forse non sappiamo ancora cosa ci serva. Comunicare un bisogno non significa pretendere che l’altro sappia risolvere ciò che stiamo vivendo. Significa permettergli di esserci in un modo che possa essere utile.

E se non riesco a dirlo neanche alle persone che amo?

Non è necessario trasformare immediatamente questa difficoltà in un problema psicologico. Possiamo però osservarla. Con chi riesco a parlare e con chi no? Quali emozioni riesco a mostrare più facilmente? Che cosa temo quando immagino di dire «non sto bene»? Ho paura di essere giudicato, di preoccupare, di perdere il controllo, di sembrare debole? Oppure penso che i miei problemi non siano abbastanza importanti per meritare spazio? Queste domande possono raccontare qualcosa del nostro modo di stare nelle relazioni e, forse, anche del modo in cui abbiamo imparato a trattare i nostri bisogni. Se questa difficoltà ci porta sistematicamente a rimanere soli proprio nei momenti nei quali avremmo bisogno di sostegno, può essere utile concederle maggiore attenzione.

Non dobbiamo stare malissimo per poter dire che qualcosa non va

Forse uno degli ostacoli più grandi è proprio questo: pensare di dover raggiungere una certa soglia prima di avere il diritto di chiedere spazio. Ma non esiste un esame da superare per poter dire «sto facendo fatica». Possiamo farlo anche mentre continuiamo a funzionare. Possiamo farlo senza conoscere ancora la causa. Possiamo farlo senza avere già deciso cosa fare. E possiamo scegliere con chi, quanto e quando raccontarci. Aprirsi non significa rinunciare ai propri confini. Significa poter decidere che, almeno in alcune relazioni, non dobbiamo mostrare soltanto la parte di noi che sa cavarsela. A volte il primo cambiamento non consiste nel riuscire finalmente a raccontare tutto. Consiste semplicemente nel sostituire quel «tutto bene» automatico con una frase un po’ più vera.

Domande frequenti

Quando è difficile dire agli altri che non stiamo bene

Alcuni dubbi sono molto più comuni di quanto sembri, soprattutto quando desideriamo essere compresi ma facciamo fatica a mostrarci vulnerabili.

Perché dico sempre che sto bene anche quando non è vero?
Può essere diventata una risposta automatica. Dietro possono esserci ragioni differenti: riservatezza, paura di preoccupare, difficoltà a riconoscere ciò che provi, timore del giudizio o l'abitudine a gestire i problemi da solo. Da questo comportamento, preso isolatamente, non possiamo però dedurre una spiegazione unica.
Perché riesco ad ascoltare i problemi degli altri ma non a parlare dei miei?
Essere nella posizione di chi aiuta può farci sentire più sicuri e competenti. Passare alla posizione di chi ha bisogno di essere ascoltato richiede invece di mostrare una parte più vulnerabile. Per alcune persone questo cambio di ruolo è particolarmente difficile.
Perché vorrei che qualcuno si accorgesse che sto male senza doverlo dire?
Essere riconosciuti spontaneamente può farci sentire visti senza dover affrontare l'esposizione che comporta chiedere aiuto. Il problema è che gli altri non sempre interpretano correttamente i nostri segnali e possono attribuire il silenzio, la distanza o l'irritabilità a ragioni completamente diverse.
È normale avere paura di far preoccupare le persone che amo?
Può accadere, soprattutto quando siamo molto attenti ai bisogni degli altri. Vale però la pena osservare se questa preoccupazione ci porta sistematicamente a nascondere ogni nostra difficoltà e a rimanere senza sostegno proprio quando ne avremmo bisogno.
Come posso dire a qualcuno che non sto bene se non so spiegare perché?
Non è necessario avere già una spiegazione. Puoi partire proprio dall'incertezza: “Non so bene cosa mi sta succedendo, ma ultimamente faccio fatica”. Riconoscere ciò che senti può precedere la comprensione delle sue cause.
Se non riesco a parlare con chi mi vuole bene significa che non mi fido?
Non necessariamente. Proprio nelle relazioni più importanti possiamo temere maggiormente il giudizio, la preoccupazione dell'altro o un cambiamento nel modo in cui veniamo visti. Per comprenderlo è più utile chiedersi cosa immaginiamo possa accadere se ci mostrassimo davvero in difficoltà.

QUANDO È DIFFICILE DIRE COME STAI

Non devi avere già trovato le parole giuste

Se fai fatica a parlare di ciò che provi anche con le persone che ti sono vicine, uno spazio psicologico può aiutarti a comprendere cosa rende così difficile mostrarti nei momenti di vulnerabilità, senza forzarti a raccontare più di quanto ti senti pronto a condividere.

A volte si può iniziare proprio da una frase semplice: “Non so ancora spiegare bene cosa mi succede”.