Quando la disabilità rende un adolescente più vulnerabile: il peso dell’esclusione, della violenza e dell’indifferenza

Ci sono ragazzi che, pur di essere accettati, imparano a ridere anche quando una battuta li ferisce. Altri accettano di fare qualcosa che non vorrebbero perché temono di perdere l’unica amicizia che hanno. Qualcuno viene invitato a una festa soltanto per diventare oggetto di scherzi. Qualcun altro viene sistematicamente escluso, ignorato, trattato come se la sua presenza fosse un problema. Quando questi ragazzi vivono una condizione di disabilità, la questione può diventare ancora più complessa. Non perché siano necessariamente incapaci di riconoscere un pericolo, di costruire relazioni o di difendersi. Ma perché, in alcune circostanze, la loro condizione può incontrare un ambiente poco inclusivo, persone disposte ad approfittarsi delle difficoltà altrui e adulti che non sempre riescono a riconoscere ciò che sta accadendo. È una distinzione sulla quale credo sia necessario fermarsi. La vulnerabilità non appartiene sempre e soltanto alla persona. Può nascere, aggravarsi o diventare particolarmente pericolosa all’interno delle relazioni e dei contesti nei quali quella persona vive. 

La disabilità non rende automaticamente fragili. Ma può esporre a rischi maggiori

Quando parliamo di disabilità in adolescenza, rischiamo di cadere in due rappresentazioni opposte. Da una parte c’è quella del ragazzo fragile, indifeso, costantemente bisognoso di protezione. Dall’altra c’è la narrazione rassicurante secondo la quale, con sufficiente determinazione, ogni difficoltà possa essere superata. Entrambe rischiano di trascurare qualcosa. Le disabilità sono molto diverse tra loro. Una condizione motoria, sensoriale, intellettiva o del neurosviluppo può comportare bisogni e ostacoli differenti. Anche due adolescenti con la stessa diagnosi possono avere competenze, risorse personali, esperienze e necessità di supporto profondamente diverse. Non possiamo quindi attribuire a tutti la stessa vulnerabilità. Possiamo però riconoscere un dato documentato dalla ricerca: bambini e adolescenti con disabilità, considerati complessivamente, risultano maggiormente esposti a diverse forme di violenza rispetto ai coetanei senza disabilità. Una revisione sistematica pubblicata su The Lancet nel 2012 ha rilevato, negli studi esaminati, un rischio significativamente superiore di subire violenza. Gli autori hanno anche evidenziato importanti differenze metodologiche tra le ricerche e la necessità di ulteriori studi. Questo dato non significa che un ragazzo con disabilità subirà necessariamente violenza. Significa che esistono condizioni di rischio che non possiamo ignorare e sulle quali la società ha una responsabilità precisa.

Il bisogno di appartenere può diventare un punto di vulnerabilità

Durante l’adolescenza, sentirsi parte di un gruppo assume un’importanza particolare. Essere invitati, ricevere un messaggio, avere qualcuno con cui trascorrere l’intervallo o il sabato pomeriggio può contribuire in maniera significativa al senso di appartenenza. Per un adolescente che ha già vissuto esperienze ripetute di esclusione, queste occasioni possono assumere un valore ancora maggiore. Immaginiamo un ragazzo che per anni sia stato lasciato ai margini delle attività dei compagni. Un giorno un gruppo comincia a coinvolgerlo. Finalmente riceve messaggi. Finalmente qualcuno lo cerca. All’inizio può sembrare un cambiamento positivo. Poi arrivano alcune richieste. Fare qualcosa di imbarazzante. Prestare denaro. Lasciarsi fotografare in situazioni ridicole. Accettare soprannomi offensivi. Partecipare a uno scherzo che, in realtà, ha lui come bersaglio. Il ragazzo potrebbe anche percepire che qualcosa non va. Ma opporsi potrebbe significare perdere quella relazione. È qui che l’esperienza dell’esclusione può diventare un fattore di vulnerabilità. Non serve supporre un’incapacità di comprendere le intenzioni degli altri. A volte basta considerare quanto possa essere difficile rinunciare a un legame quando si teme di non averne altri. Questa dinamica può riguardare qualsiasi adolescente, ma può assumere caratteristiche particolari quando la disabilità si accompagna a isolamento, difficoltà comunicative, dipendenza da altre persone o precedenti esperienze di rifiuto.

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Quando qualcuno si approfitta della disabilità

Non tutte le forme di violenza sono immediatamente riconoscibili. Alcune sono esplicite: insulti, aggressioni fisiche, minacce, umiliazioni pubbliche. Altre attraversano le relazioni quotidiane e possono risultare più difficili da individuare. Un adolescente può essere cercato soltanto quando serve qualcosa. Può diventare il bersaglio abituale di battute presentate come affettuose. Può essere convinto a condividere fotografie intime, informazioni personali o denaro. Può subire pressioni da qualcuno che sfrutta il suo desiderio di amicizia o la difficoltà a interrompere una relazione. In alcuni casi, l’altra persona utilizza consapevolmente una differenza di potere: maggiore popolarità, età, capacità di influenzare il gruppo, accesso alle informazioni o controllo delle occasioni di socializzazione. Non tutte queste situazioni sono uguali e non ogni relazione sbilanciata costituisce automaticamente un abuso. Ma quando il legame viene mantenuto attraverso paura, ricatto, umiliazione o sfruttamento, non possiamo continuare a chiamarlo amicizia. C’è poi una questione importante: alcuni adolescenti possono avere maggiori difficoltà a riconoscere intenzioni ambigue, interpretare segnali sociali o comunicare ciò che hanno subito. Altri comprendono perfettamente quanto sta accadendo, ma temono le conseguenze di raccontarlo. Per questo la protezione non può basarsi sull’idea che esista un unico profilo psicologico della vittima. Occorre comprendere quella persona, le sue possibilità comunicative, le sue esperienze e la rete di relazioni nella quale è inserita. 

L’inclusione apparente: essere presenti non significa essere accettati

Una delle contraddizioni più difficili riguarda il significato che attribuiamo alla parola inclusione. Un adolescente può frequentare una scuola ordinaria, partecipare alle lezioni, essere inserito formalmente in una classe e continuare a vivere una profonda esperienza di solitudine. Può essere presente in tutte le fotografie scolastiche e non essere mai invitato spontaneamente a uscire. Può partecipare a un’attività di gruppo soltanto perché un insegnante ha chiesto ai compagni di coinvolgerlo. Può essere trattato con educazione, ma senza essere realmente considerato un possibile amico, compagno di squadra o interlocutore alla pari. L’inclusione formale è importante, ma non coincide necessariamente con l’appartenenza. Questo non significa che l’amicizia possa essere imposta. Nessuno può obbligare un adolescente a costruire un legame affettivo con un altro. La scuola e gli adulti possono però lavorare sulle condizioni che rendono possibili relazioni autentiche: attività cooperative, partecipazione effettiva, opportunità di scelta, contrasto alle prese in giro, riconoscimento delle competenze e attenzione alle dinamiche del gruppo. Una scuola inclusiva non è soltanto quella che accoglie lo studente con disabilità. È quella che si interroga anche sulla qualità delle relazioni che quello studente può costruire al suo interno.

Quando la diversità diventa un’etichetta sociale

Esiste una forma di esclusione che non richiede necessariamente un’aggressione. Può cominciare con uno sguardo, una battuta, un’espressione di insofferenza. Può essere alimentata dall’idea che alcuni ragazzi siano meno interessanti, meno autonomi, meno desiderabili come amici o meno capaci di contribuire al gruppo. In questo caso parliamo anche di abilismo: un insieme di stereotipi, atteggiamenti e pratiche che svalutano le persone sulla base della disabilità o assumono come unico riferimento legittimo determinati standard di funzionamento. Talvolta l’abilismo si manifesta attraverso comportamenti apertamente ostili. Altre volte assume la forma di un paternalismo apparentemente benevolo. Pensiamo a un ragazzo al quale nessuno chiede mai che cosa desideri fare, perché gli adulti hanno già deciso ciò che sarebbe meglio per lui. Oppure a un’adolescente che viene sistematicamente esclusa da occasioni di socializzazione perché si presume che non sarebbe in grado di affrontarle. La protezione, quando non considera la volontà e le capacità della persona, può trasformarsi involontariamente in un ulteriore limite alla partecipazione. Proteggere non dovrebbe significare rendere invisibili.

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Le disabilità invisibili e le neurodivergenze: quando la difficoltà non viene riconosciuta

Il discorso riguarda anche adolescenti le cui caratteristiche non sono immediatamente visibili. Pensiamo, per esempio, a ragazzi con ADHD, disturbi specifici dell’apprendimento o condizioni dello spettro autistico. È importante precisare che queste condizioni non sono tutte equivalenti alla disabilità sul piano clinico o giuridico e che il loro impatto varia sensibilmente da persona a persona. Tuttavia, alcune caratteristiche possono diventare oggetto di incomprensione o esclusione. Un adolescente con ADHD può essere continuamente rimproverato per la sua impulsività senza che venga considerata la difficoltà di autoregolazione che talvolta accompagna il disturbo. Un ragazzo autistico può incontrare ostacoli nella lettura di alcune convenzioni sociali, ma questo non significa che non desideri amicizie o che non possa costruire relazioni profonde. Uno studente con DSA può essere deriso per la lettura lenta o per errori scolastici che i compagni interpretano come mancanza di intelligenza. Il problema non è soltanto la caratteristica individuale. È ciò che accade quando il gruppo la interpreta come un difetto personale, un motivo di inferiorità o un’occasione per umiliare. Naturalmente, una diagnosi non permette di prevedere automaticamente le competenze sociali, la capacità di giudizio o il rischio di vittimizzazione di un singolo adolescente. Serve una comprensione individualizzata, non un nuovo stereotipo.

Bullismo, violenza e responsabilità di chi assiste

Quando assistiamo a episodi di violenza contro persone con disabilità, siamo spesso portati a concentrare tutta l’attenzione sull’autore dell’aggressione. È comprensibile. Chi esercita violenza deve essere chiamato a rispondere delle proprie azioni. Ma una lettura psicologica e sociale deve interrogarsi anche su ciò che accade intorno. Chi ride? Chi filma? Chi condivide? Chi osserva senza intervenire? Chi minimizza perché considera l’accaduto una ragazzata? Il ruolo del gruppo non è secondario. Quando l’umiliazione diventa uno spettacolo, il pubblico può contribuire a rafforzare il potere di chi aggredisce. La diffusione di immagini sui social può prolungare la violenza oltre l’episodio iniziale, rendendo la persona nuovamente esposta a commenti, derisione e perdita di controllo sulla propria immagine. Non intervenire può avere motivazioni differenti, compresa la paura di diventare a propria volta bersaglio. Non tutti gli spettatori hanno lo stesso grado di responsabilità. Ma il punto rimane: il contrasto alla violenza non può riguardare esclusivamente due persone, l’aggressore e la vittima. Deve coinvolgere le norme implicite del gruppo, il comportamento degli adulti e la cultura della comunità.

Quando la famiglia non si accorge di quello che succede

Per un genitore può essere particolarmente doloroso scoprire che il proprio figlio ha subito umiliazioni o manipolazioni senza averne parlato. La prima domanda rischia di essere: «Perché non me lo hai detto?». Non sempre, però, il silenzio nasce da una mancanza di fiducia nei genitori. Un adolescente può provare vergogna, temere che gli vengano tolte le poche occasioni di socialità, non voler preoccupare la famiglia oppure sentirsi responsabile dell’accaduto. Può anche aver imparato, attraverso precedenti esperienze, che raccontare una difficoltà produce interventi adulti che non riesce a controllare. A volte teme più l’esclusione che la prepotenza. Questo non significa lasciare a un minore la responsabilità di risolvere da solo una situazione di rischio. Significa riconoscere che il modo in cui gli adulti ascoltano può facilitare oppure ostacolare la possibilità di chiedere aiuto. Se un figlio racconta un episodio umiliante, domande come «Perché ci sei andato?» oppure «Come hai fatto a non capirlo?» rischiano di aumentare la vergogna. Può essere più utile partire da: «Mi dispiace che ti sia successo. Hai fatto bene a raccontarmelo. Vediamo insieme come proteggerti». Successivamente sarà possibile ricostruire i fatti, distinguere i diversi livelli di rischio e individuare le azioni necessarie.

Cosa dovrebbero fare scuola, famiglia e società

Non basta insegnare ai ragazzi con disabilità a difendersi meglio. Sarebbe una risposta insufficiente, perché finirebbe per collocare sulle persone più esposte l’intera responsabilità della propria sicurezza. Servono interventi che agiscano contemporaneamente sulla persona e sull’ambiente. La scuola dovrebbe osservare non soltanto il rendimento e la partecipazione alle attività didattiche, ma anche le dinamiche di esclusione, le relazioni tra pari e i luoghi nei quali il controllo degli adulti è meno diretto. Gli interventi di prevenzione del bullismo dovrebbero essere accessibili anche agli studenti con differenti bisogni comunicativi e cognitivi. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 su EClinicalMedicine richiama proprio l’attenzione sull’inclusività degli interventi scolastici di prevenzione della violenza. Le famiglie possono sostenere l’autonomia sociale dei figli, senza aspettare che un problema diventi grave. Parlare di amicizia, reciprocità, confini personali, consenso e diritto di dire no dovrebbe essere parte dell’educazione di tutti gli adolescenti. È utile anche favorire occasioni di appartenenza diverse dalla sola classe scolastica: attività sportive accessibili, laboratori, associazioni, gruppi basati su interessi condivisi. Avere più contesti relazionali può offrire opportunità di incontro e ridurre la dipendenza da un unico gruppo, pur senza garantire automaticamente protezione. A livello sociale, invece, la sfida consiste nel superare una rappresentazione della disabilità fondata esclusivamente sull’assistenza. Le persone con disabilità non sono soltanto destinatarie di aiuto. Sono persone che desiderano partecipare, scegliere, costruire relazioni, sperimentare, avere privacy e riconoscimento.

Quando è necessario intervenire senza aspettare

Ci sono situazioni nelle quali non è sufficiente osservare o proporre un dialogo. Se emergono aggressioni, minacce, ricatti, violenza sessuale, diffusione non consensuale di immagini o altre forme di sfruttamento, la priorità è interrompere l’esposizione al rischio e attivare le tutele appropriate. Anche cambiamenti improvvisi e persistenti nel comportamento meritano attenzione: paura di andare a scuola, ritiro dalle relazioni, disturbi del sonno, irritabilità marcata, autosvalutazione o un improvviso timore nei confronti di persone specifiche. Questi segnali non dimostrano, da soli, che sia avvenuta una violenza. Possono avere cause differenti. Ma non dovrebbero essere automaticamente attribuiti alla disabilità o considerati parte inevitabile della condizione del ragazzo. Quando necessario, una valutazione psicologica può aiutare a comprendere il disagio emotivo e i bisogni di supporto. Non sostituisce però le misure di protezione, gli interventi scolastici o le eventuali azioni delle autorità competenti. In presenza di un pericolo immediato è necessario attivare i servizi di emergenza.

Proteggere senza togliere autonomia: una sfida educativa

Arriviamo così a una delle questioni più delicate. Come possiamo proteggere un adolescente con disabilità senza impedirgli di sperimentare la propria autonomia? Non esiste una risposta identica per tutti. Alcuni ragazzi possono avere bisogno di un accompagnamento più strutturato nel riconoscimento delle situazioni rischiose. Altri necessitano soprattutto di adulti che smettano di sottovalutarne le capacità e consentano esperienze adeguate alla loro età. In entrambi i casi, il ragazzo deve poter partecipare, per quanto possibile e con i supporti necessari, alle decisioni che lo riguardano. La protezione efficace non coincide con il controllo totale. Può significare insegnare a riconoscere una richiesta ingiusta, individuare persone affidabili, stabilire confini, chiedere aiuto e sapere che un errore non comporterà automaticamente una punizione. Può significare anche riconoscere che un adolescente con disabilità ha diritto a correre alcuni rischi ordinari della crescita, come tutti i coetanei, senza essere lasciato solo davanti a violenze o sfruttamento.

Il problema non è essere diversi. È vivere in una società che trasforma la differenza in inferiorità

Vorrei concludere tornando al punto di partenza. Quando una persona con disabilità viene umiliata, esclusa o aggredita, tendiamo comprensibilmente a parlare della sua fragilità. Ma dovremmo interrogarci anche su quella di chi esercita violenza, di chi ha bisogno di svalutare qualcuno per sentirsi superiore e dei contesti che permettono a questi comportamenti di svilupparsi. La violenza non è una conseguenza inevitabile della disabilità. È un comportamento agito da qualcuno, all’interno di condizioni relazionali e sociali che possono favorirlo, tollerarlo oppure contrastarlo. Per questo l’inclusione non può esaurirsi in un documento scolastico, in un progetto educativo o in una dichiarazione di principio. Deve diventare una pratica quotidiana. Significa riconoscere una persona anche quando comunica diversamente. Considerarla parte del gruppo anche quando ha bisogno di un supporto. Non confondere l’autonomia con l’assenza di difficoltà. Non trasformare una condizione personale in un motivo per negarle rispetto, partecipazione e possibilità. E soprattutto significa comprendere che non possiamo chiedere soltanto agli adolescenti con disabilità di diventare più forti. Dobbiamo chiederci che cosa possiamo cambiare negli ambienti in cui crescono. Perché il diritto a essere rispettati, a costruire amicizie e a sentirsi al sicuro non dovrebbe dipendere dalla capacità individuale di difendersi dalla crudeltà degli altri.

Domande frequenti

Disabilità, esclusione e vulnerabilità in adolescenza

Un adolescente con disabilità è più facilmente vittima di bullismo?
Le ricerche indicano un rischio mediamente più elevato di violenza e vittimizzazione tra i minori con disabilità. Il rischio individuale dipende però anche dal contesto, dalle relazioni, dalle caratteristiche personali e dalle opportunità di protezione.
Come capire se gli amici si stanno approfittando di mio figlio?
È utile osservare se le richieste sono sempre unilaterali, se compaiono umiliazioni, pressioni, ricatti o paura di perdere il gruppo. Un'amicizia dovrebbe lasciare spazio al dissenso e rispettare i confini personali.
Mio figlio ride quando lo prendono in giro: significa che non soffre?
Non necessariamente. Ridere può esprimere divertimento autentico, ma talvolta può essere un modo per evitare conflitti o conservare l'appartenenza al gruppo. È importante chiedere come ha vissuto l'episodio, senza interpretare automaticamente la sua reazione.
Anche un ragazzo con ADHD, autismo o DSA può subire discriminazioni?
Sì. Caratteristiche legate all'attenzione, alla comunicazione, all'apprendimento o all'interazione sociale possono diventare oggetto di derisione. Queste condizioni sono però differenti tra loro e non comportano automaticamente una disabilità o una vulnerabilità sociale.
La scuola è inclusiva se ha un insegnante di sostegno?
La presenza del sostegno, quando previsto, è una risorsa importante ma non basta da sola a garantire l'inclusione. Occorre considerare anche partecipazione effettiva, relazioni tra pari, accessibilità, opportunità educative e prevenzione dell'esclusione.
Se mio figlio viene escluso devo obbligarlo a socializzare?
Forzare la partecipazione può aumentare il disagio. È preferibile comprendere che cosa rende difficile il contatto, offrire opportunità accessibili di incontro e coinvolgere il ragazzo nella scelta delle attività, senza lasciarlo solo davanti a eventuali episodi di violenza.
Cosa devo fare se scopro che mio figlio è stato aggredito o ricattato?
La priorità è garantirne la sicurezza, ascoltarlo senza colpevolizzarlo e conservare eventuali prove, evitando di diffonderle ulteriormente. Occorre attivare le tutele appropriate e, se necessario, la scuola, i servizi competenti o le autorità. In caso di pericolo immediato chiamare il 112.

Uno spazio di ascolto e comprensione

Quando un adolescente non si sente più al sicuro nelle relazioni

Esperienze di esclusione, difficoltà con i coetanei e perdita di fiducia possono incidere sul benessere psicologico di un ragazzo. Comprendere quello che sta accadendo può aiutare la famiglia a riconoscere i bisogni di supporto, senza ridurre tutto alla disabilità o alla diagnosi.

Chiedere un confronto può essere un primo passo per comprendere come accompagnarlo.