Perché ci sentiamo attratti da una persona che non conosciamo sui social?
Ti capita di aprire Instagram quasi automaticamente e finire sul suo profilo. Non vi siete mai incontrati. Forse non avete mai parlato davvero. Magari vi siete scambiati qualche like, una reazione a una storia o due messaggi abbastanza generici da non poter essere definiti una conversazione. Eppure quella persona ti incuriosisce. Vuoi sapere dove si trova, cosa fa, cosa ascolta. Noti quando pubblica qualcosa. Ti accorgi se non compare per qualche giorno. Potresti perfino ritrovarti a immaginare come sarebbe prendere un caffè insieme o scoprire che, in fondo, avete moltissime cose in comune. La domanda, allora, arriva quasi inevitabilmente: come posso sentirmi così attratto da una persona che, in realtà, non conosco? La risposta più interessante è che ciò che proviamo non nasce necessariamente dalla conoscenza reale dell’altro. Può nascere dall’incontro tra quello che vediamo, quello che immaginiamo e ciò che quella persona sembra rappresentare per noi in questo momento della nostra vita.
Sui social possiamo avere la sensazione di conoscere qualcuno molto prima di conoscerlo davvero
Prima dei social, per scoprire qualcosa di una persona dovevamo frequentarla. Oggi possiamo sapere dove va in vacanza, cosa mangia, che musica ascolta, come arreda casa, che rapporto sembra avere con gli amici, quali libri legge, cosa pensa del lavoro e perfino che faccia ha appena sveglia. Almeno apparentemente. Questa quantità di informazioni crea una forma particolare di familiarità. Continuiamo a vedere lo stesso volto, ascoltiamo la stessa voce, entriamo virtualmente nella quotidianità di quella persona. E il nostro cervello non è indifferente alla familiarità. In psicologia è noto da tempo il cosiddetto effetto di mera esposizione: incontrare ripetutamente uno stimolo può contribuire, in determinate condizioni, a renderlo più familiare e persino più piacevole. Una meta-analisi su numerosi studi ha confermato una relazione tra esposizione ripetuta, familiarità e gradimento, pur mostrando che l’effetto non è illimitato né identico in ogni situazione. Il punto interessante, applicato ai social, è questo: possiamo cominciare a percepire qualcuno come familiare pur non avendo mai costruito con lui una vera relazione. Vedere ogni mattina le sue storie può diventare psicologicamente molto diverso dal vedere per la prima volta la fotografia di uno sconosciuto. La persona continua a essere, nei fatti, quasi sconosciuta. Ma non ci sembra più tale.
Conosciamo dei frammenti, mentre la nostra mente costruisce il resto
C’è però un secondo passaggio ancora più importante. Sui social non vediamo una persona nella sua interezza. Vediamo una selezione. Una fotografia mentre sorride. Un’opinione che condividiamo. Un viaggio. Una canzone. Una battuta. Il modo in cui parla al cane. Una frase che pubblica alle undici di sera. Da questi frammenti iniziamo naturalmente a formulare ipotesi. “Deve essere sensibile.” “Secondo me è una persona molto profonda.” “Mi sembra diverso dagli altri.” “Abbiamo tantissime cose in comune.” Forse è davvero così. Ma forse, almeno in parte, stiamo completando noi il quadro. La mente umana non ama particolarmente le informazioni incomplete. Cerca connessioni, attribuisce significati, costruisce narrazioni. Quando le informazioni disponibili sono poche, rimane molto spazio per l’immaginazione. Ed è proprio in quello spazio che può inserirsi l’idealizzazione.
A volte non ci innamoriamo della persona: ci attraggono le possibilità che rappresenta
Questa distinzione può sembrare poco romantica, ma in realtà è molto umana. Possiamo sentirci attratti non soltanto da ciò che sappiamo realmente di qualcuno, ma da quello che immaginiamo potrebbe esserci. Se vediamo una persona che viaggia molto, potremmo associarla alla libertà. Se racconta con passione il proprio lavoro, potremmo leggerci sicurezza e determinazione. Se pubblica contenuti delicati o introspettivi, potremmo immaginarla capace di una profondità emotiva che desideriamo trovare in una relazione. Quella persona può quindi diventare, almeno in parte, lo schermo sul quale proiettiamo bisogni, desideri e caratteristiche che in quel momento ci attraggono. Non significa che l’interesse sia falso. L’emozione che proviamo può essere assolutamente autentica. È la quantità di informazioni che possediamo sull’altro a essere limitata. E questa è una distinzione importante: un’emozione reale non costituisce automaticamente una conoscenza reale della persona verso cui la proviamo.
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“Ma io sento che tra noi c’è qualcosa”
A volte basta pochissimo per aumentare enormemente la sensazione di reciprocità. Un like. Una visualizzazione costante delle storie. Una risposta con un’emoji. Un messaggio. Una richiesta di seguirci. Piccoli segnali digitali possono assumere un significato emotivo molto più grande del gesto in sé, soprattutto quando siamo già interessati a quella persona. Cominciamo allora a osservare dettagli che prima avremmo ignorato. “Ha guardato subito la storia.” “Mi ha messo like proprio a questa foto.” “Non reagiva da una settimana e oggi l’ha fatto.” Da quel momento non stiamo più soltanto osservando l’altro. Stiamo cercando informazioni capaci di rispondere a una domanda: “Gli interesso anch’io?” Ed è qui che può iniziare una sorta di investigazione sentimentale digitale. Il problema non è notare questi segnali. Lo facciamo tutti. Il problema nasce quando attribuiamo loro una precisione che non possiedono. Una visualizzazione non ci dice perché una persona abbia guardato una storia. Un like non ci permette di conoscere le sue intenzioni. E nemmeno una conversazione occasionale equivale necessariamente a un interesse romantico. Quando desideriamo fortemente una risposta, però, l’ambiguità può diventare terreno fertile per le nostre aspettative.
Perché a volte pensiamo più a chi conosciamo poco che a chi conosciamo bene?
Può sembrare paradossale. Con le persone che conosciamo realmente abbiamo ricordi, conversazioni, divergenze, momenti belli e momenti irritanti. Sappiamo che russano, arrivano in ritardo, cambiano umore e hanno opinioni con cui non siamo sempre d’accordo. La persona osservata sui social, invece, può rimanere molto più vicina a un’immagine ideale. Mancano ancora le informazioni che normalmente ridimensionano una fantasia. Non abbiamo visto come reagisce quando è arrabbiata, come comunica durante un conflitto, quanto è disponibile quando qualcuno ha bisogno di lei, come gestisce la frustrazione o che cosa accade quando le cose non vanno come vorrebbe. In altre parole, manca la quotidianità. E la quotidianità è uno dei luoghi nei quali le persone diventano realmente persone, invece di rimanere personaggi delle nostre aspettative. Per questo, in alcuni casi, l’incertezza può persino intensificare il pensiero. La storia non è ancora definita. E ciò che non è definito può continuare a vivere nella nostra immaginazione in moltissime versioni possibili.
È una relazione parasociale?
Il termine viene utilizzato sempre più spesso e merita qualche precisazione. Le relazioni parasociali sono legami psicologici ed emotivi che una persona può sviluppare nei confronti di figure mediali: personaggi famosi, creator, influencer o altre persone seguite attraverso i media. La ricerca più recente mostra come somiglianza percepita, attrattività, credibilità, familiarità e alcune forme di interazione possano contribuire alla sensazione di vicinanza con una figura osservata online. Non significa però che qualunque cotta nata su Instagram debba essere definita automaticamente “relazione parasociale”. Se due persone si conoscono online, si scrivono, interagiscono realmente e progressivamente costruiscono reciprocità, siamo davanti a qualcosa di diverso. I social possono essere semplicemente il luogo in cui due persone iniziano a conoscersi. La questione importante è capire quanta parte della relazione esiste davvero tra due persone e quanta, invece, si sta sviluppando prevalentemente nella mente di una delle due.
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Scopri l'area Benessere psicologicoQuando l’attrazione online può diventare qualcosa di reale
Essersi conosciuti attraverso uno schermo non rende una relazione meno autentica. Moltissime relazioni iniziano oggi sui social, sulle app di incontri o all’interno di community digitali. La differenza avviene quando passiamo progressivamente dall’immaginare qualcuno al conoscerlo. Conversazioni più autentiche. Reciprocità. Tempo. Differenze. Momenti meno perfetti. Possibilità di dire qualcosa che all’altro non piace. Eventualmente un incontro nella vita reale, quando entrambe le persone lo desiderano e le condizioni lo consentono. È proprio l’accesso alla complessità dell’altro che trasforma progressivamente una rappresentazione in una relazione. Una persona reale, infatti, sarà inevitabilmente più contraddittoria del suo profilo Instagram. E per fortuna.
Come capire se mi piace davvero o se lo sto idealizzando?
Non esiste un test capace di fornire una risposta immediata. Possiamo però farci qualche domanda. Che cosa conosco realmente di questa persona? Quali caratteristiche sto deducendo senza averle mai verificate? Quanto spazio occupano i fatti e quanto le mie interpretazioni? Se scoprissi che alcuni aspetti della sua personalità sono completamente diversi da come li immagino, il mio interesse rimarrebbe? Soprattutto: mi interessa conoscere questa persona oppure ho bisogno che corrisponda all’immagine che ho costruito? È una domanda sottile. Conoscere davvero qualcuno significa permettergli anche di smentirci.
Quando controllare il profilo diventa un modo per alimentare l’attesa
C’è poi una dinamica che merita attenzione. Più siamo coinvolti, più possiamo cercare informazioni. Più cerchiamo informazioni, più quella persona rimane presente nei nostri pensieri. Controlliamo se ha pubblicato qualcosa. Chi ha iniziato a seguire. Se è online. Se ha visto la nostra storia. Ogni piccolo dato può riattivare il pensiero e diventare materiale per nuove interpretazioni. A quel punto il social non sta più semplicemente mostrandoci una persona che ci interessa. Sta diventando il luogo nel quale manteniamo continuamente attiva la rappresentazione di quella persona. Se succede occasionalmente non c’è necessariamente nulla di problematico. Può essere però utile accorgersi quando buona parte della relazione viene alimentata da comportamenti di controllo anziché da una comunicazione reale.
E se non ci siamo mai parlati?
Forse questa è la situazione più interessante. Sentirsi attratti da una persona sconosciuta non è assurdo, immaturo o necessariamente il segnale di un problema psicologico. L’attrazione è anche anticipazione, curiosità, immaginazione. Il punto non è convincersi a smettere di provare qualcosa. Può essere più utile riconoscere la differenza tra tre livelli: ciò che sappiamo, ciò che immaginiamo e ciò che desideriamo. Se esiste la possibilità e il contesto è appropriato, a volte il modo più semplice per ridurre l’enorme spazio dell’immaginazione è permettere alla realtà di entrare. Una conversazione può confermare l’interesse. Può ridimensionarlo. Può trasformarlo. Può anche farci scoprire una persona completamente diversa da quella immaginata. In tutti i casi avremo un’informazione che nessuna quantità di storie visualizzate potrà darci.
Il punto non è smettere di fantasticare, ma sapere quando lo stiamo facendo
I social hanno cambiato profondamente il modo in cui incontriamo gli altri. Oggi possiamo cominciare a sentirci vicini a qualcuno prima ancora di aver condiviso con lui uno spazio fisico. Possiamo conoscerne moltissimi dettagli e, nello stesso tempo, sapere pochissimo di come sia realmente stare in relazione con quella persona. Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato in questo. L’immaginazione fa parte dell’attrazione. Diventa importante, però, non confondere la persona immaginata con quella reale. Forse la domanda più utile, allora, non è soltanto: “Perché mi piace così tanto?” Potremmo aggiungerne un’altra: “Quanto di ciò che mi attrae appartiene davvero a questa persona e quanto racconta qualcosa di ciò che sto cercando io?” A volte iniziare a distinguere queste due dimensioni non spegne il desiderio. Lo rende semplicemente un po’ più consapevole.
Domande frequenti
Attrazione, social e persone che conosciamo solo online
Alcune domande diventano particolarmente frequenti quando un interesse nato sui social comincia a occupare molto spazio nei nostri pensieri.
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